Non ho mai ucciso un ebreo Distorsione della realtà e devozione all’ubbidienza in Adolf Eichmann

Non ho mai ucciso un ebreo

Distorsione della realtà e devozione all’ubbidienza in Adolf Eichmann

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Attraverso l’analisi di una serie di documenti, questo testo dimostra come una condizione di distorsione della realtà e di devozione all’ubbidienza permisero a Adolf Eichmann di organizzare le deportazioni degli ebrei europei verso i campi di sterminio senza considerarsi responsabile della loro morte. Sostenuto da un processo di distanziamento e di negazione della realtà, infatti, Eichmann riuscì a neutralizzare le proprie incertezze e i propri conflitti di coscienza rispetto al genocidio ebraico, una condizione che confermerebbe l’idea di Hannah Arendt secondo cui Eichmann non era presente a se stesso nel compiere i propri crimini. Ciò spiegherebbe perché egli fu sempre convinto di non aver mai ucciso nonostante l’evidenza dei fatti. Questa condizione di distorsione della realtà avallerebbe dunque la tesi arendtiana sull’incapacità di Eichmann di pensare alle conseguenze delle proprie azioni e confuterebbe le varie tesi volte a decostruire il concetto di “banalità del male”.

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Sull'autore

Fiorenza Loiacono

Fiorenza Loiacono è dottore di ricerca in Dinamiche formative e educazione alla politica. Lavora come psicoterapeuta a orientamento psicodinamico e scrive come opinionista per la testata “The Post Internazionale” (TPI). Ha pubblicato saggi sull’empatia, sul pensiero critico, sulla Shoah nella cultura popolare e come trauma storico. Su questi temi ha tenuto conferenze in varie università e istituzioni quali l’Auschwitz-Birkenau Memorial and Museum, il Wiener Wiesenthal Institut für Holocaust-Studien (Vienna), la Columbia University e il National September 11 Memorial & Museum (New York).